mercoledì 27 giugno 2007

domenica 24 giugno 2007

Quattordicesima missiva

Le città e il desiderio

Gianna

A Gianna, chi si intrattiene in lunghe passeggiate, balli e conversazioni incontra due città contemporanee ed inconciliabili, che si spintonano e si contendono l’attenzione continuamente. La prima è matura, esperta, sguaiata, malleabile, non ha contegno nel mostrare le sue intime azioni quotidiane, sceglie i vestiti dall’armadio secondo bislacche ed imperscrutabili logiche prima di uscire, è ospitale, offre rifugio e soddisfazione ai diversi capricci e necessità. La seconda è giovane, orgogliosa, vanitosa, petulante, spigolosa, segue pedissequamente regole e codici di cui non conosce il significato, cammina stranita ed instabile su tacchi a spillo che non riesce ad ammansire, è civettuola ma imbarazzata nel momento dell’incertezza, è inevitabilmente spiazzata e nuda di fronte a comportamenti inconsueti.
Gli esperti consigliano di non intrattenersi a lungo con le due contemporaneamente, perché quando si incontrano la loro reazione è imprevedibile.


Le città e il nome

Pagura

Dopo aver viaggiato quattro giorni verso oriente, lo stupito viaggiatore scorge la sagoma inconfondibile di Pagura. La città, moderna versione di una leggendaria metropoli delle fertili pianure mediorientali, si avvita su se stessa a perdita d’occhio. Ciò che Pagura ha di particolare, e che le ha fatto guadagnare questo insolito appellativo, è che la città al suo interno è ormai vuota. Essa è fatta puramente del suo guscio di innumerevoli strade sopraelevate che si aggrovigliano fino a formare una solida concrezione, che la città vera e propria, come quegli animali che alacremente si costruiscono una casa attorno e dopo un po’ se ne vanno, ha ormai abbandonato al suo destino, scegliendo di spostarsi verso lande più attraenti. Molti dei suoi abitanti ancora non se ne sono accorti, e continuano imperterriti a sfidarsi e urtarsi in una lotta senza esclusione di colpi, alla ricerca dello svincolo che li porti alla casa che non riusciranno più a trovare.

Tredicesima missiva

“Scolate la pasta un po’ prima che altrimenti poi scuoce!”, “Mescolate in senso antiorario, calcolando con cura la posizione degli astri”, “Non sapete soffriggere l’aglio!!!”.
Due poveri malcapitati alle prese con la Vulcanica intenta nel preparare il pranzo per un’allegra e fracassona famigliola di cinesi che abita in uno dei lilong dei dintorni. Narrano gli araldi che il pranzo fu stabilito durante la traversata dei lilong compiuta una settimana prima, interrotta da imprevista pausa e chiacchierata su sediole taglia asilo-prima elementare (lo scriba al momento non era presente, riferisco da fonti autorevoli).
Dopo laboriosi preparativi, usciamo dal compound con abbondante razione di pasta (“Corta, che è meglio!!!) con sugo ad hoc per gli esigenti ed abitudinari palati cinesi, supportati da golosa crostata di crema e fragole preparata da Armelle.
Attraversiamo le strade fra sguardi incuriositi, poi ci infiliamo in una delle ombrose e caciarone stradine che si ripetono sempre uguali nei lilong. Forse ormai i cinesi non ci aspettavano più, ma ci hanno accolto con entusiasmo, aumentando ad hoc le dimensioni della tavola (da 0,8 a 0,85 mq più o meno) con delle striminzite alette di legno. Le posate portate appositamente vengono presto accantonate per delle autarchiche bacchette di bambù, ed inizia la cerimonia del versamento del succo d’arancia di nobili chimiche origini con relativo brindisi ogni 3 minuti all’incirca (probabilmente è un metodo di misura del tempo di antica tradizione…).
Le mascelle lavorano, quand’ecco che sbuca da una porta il nonno (o presunto tale) in canottiera d’ordinanza, appena ci vede saluta, torna alla sua magione e se ne esce con dei noodles caserecci con zuppetta ricca di specie che avrebbero fatto la gioia di Linneo. Titubanti ne assaggiamo un po’, e prontamente ci presentano un’altra zuppa a base di pomodoro con cipolle, carne di varia origine D.O.S. (denominazione di origine sconosciuta, ndr). La Vulcanica ci si tuffa a capofitto, lodandone la sapidità, per poi pentirsene un’oretta dopo al momento dei saluti. Nel frattempo si sono avvicendati alla tavola vari vicini e curiosi, tra cui la probabile moglie capellona del nonno (nonna per gli amici) con impeccabile pigiama da passeggio. A causa del nostro pranzo en plen air la stradina era praticamente bloccata, e più di qualche rombante centauro è stato costretto a percorrere strade alternative. Il cerbero della compagnia alternava bruschi ordini di allontanarsi ad inviti ad assaggiare le pietanze, facendoci così intuire quali fossero i rapporti e i legami nel vicinato.
Giunge il momento del dolce, Armelle inizia a tagliare le fette coadiuvata da impagabile vecchietta che si ostina a voler aiutarla provando a tagliare con le bacchette. Giunti al sedicesimo brindisi (non oso immaginare cosa potrebbero combinare se al posto del succo chimico bevessero vino), e dopo lunghe disquisizioni sulla nostra ipotetica età e crasse risate ogni due per tre, salutiamo l’allegra compagnia, promettendo future riedizioni del banchetto in strada.

Dopo un lungo e pericoloso addestramento, nella caverna di mastro Huang Huazheng, è arrivata l’ora di mettermi alla prova. Su segnalazione di Huang mi reco in un ingrosso dove si riforniscono gli alberghi, e me ne esco con machete cinese da cucina, un attrezzo atto a raccogliere i cibi dalla wok e giubba e cappello da cuoco di invidiabile fattura. Armelle gentilmente concede la sua cucina per i miei esperimenti, ed altri sei commensali fanno da cavie ed assistono ai miei primi passi nello scintillante mondo dei fornelli cinesi. Dopo un lungo e sofferto rifornimento al supermercato, dove vendono fra le altre cose tartarughe, serpenti d’acqua e i gamberi più brutti e bellicosi che abbia visto in vita mia, ci rechiamo sul luogo del delitto. Piatti scelti per la serata: Xia ren dou fu (tofu con piselli e gamberi), Chao shuang gu (due tipi di funghi con salsa d’ostriche), Jiachangdoufu (tofu “flitto” in pastella con maiale e peperoni) e Shu qiang xia ren (gamberi con salsa di soia). Nella cucina c’è un caldo infernale, in bagno nel frattempo un tubo nell’acqua calda ben pensa di iniziare a spruzzare acqua e vapore, forse convinto di far parte di una sauna finlandese. Devo dire che ho calcolato un po’ male i tempi, e gli ospiti sono costretti ad aspettare ad oltranza (la prima portata è arrivata alle undici meno venti…), ma grazie al prezioso aiuto di Manuela, assunta come assistente per l’occasione, alla fine me la sono cavata abbastanza. Mi siedo a tavola, e sembra sia appena uscito da un allenamento con Rocky Balboa…

lunedì 4 giugno 2007

Comunicazione culinaria di servizio

A grande richiesta (di Chicca sono sicuro, di altre bocche buone di mia conoscenza immagino anche...) eccovi la ricetta di una sorta (non ho capito bene di che tipo di Cinacittà style sia di preciso) di riso alla cantonese dettata direttamente dal temutissimo Huang Huazheng.
Premessa: tutti gli ingredienti che citerò, ad esclusione delle uova, vanno cotti/sbollentati prima, meglio se a vapore. Dunque, scaldate bene la wok (o la padella per chi non avesse la wok), sbattete due uova, mettete tre cucchiai d'olio (indicativi, mettetene a seconda di quanto riso fate seguendo l'intramontabile buon senso, per le uova idem), poi versate le uova, poi il riso, fate saltare un attimo, poi aggiungete tutti gli altri ingredienti (Huang il satanasso suggeriva piselli, gamberetti, carote e funghi, se non trovate quelli strambi simil cinesi usate quelli che preferite), sale e pepe a piacimento, mescolate, assagiate (se non è commestibile in prigione senza passare dal via) e servite nei piatti. A chi piace una spruzzata di erba cipollina fresca tritata per decorare. A quanto pare è piuttosto semplice.

Per gli interessati nuove foto sfrigolanti

http://www.flickr.com/photos/ludusc/

I lettori più attenti avranno notato che nella foto di gruppo non c'è la giappa, nel frattempo macellata da noi stessi durante il corso per preparare una piccante e succulenta ricetta sichuanese. Avrei preferito, per godere durante le lezioni di maggior silenzio e commenti più sagaci, sacrificare l'australiana, ma ho perso ai voti, seconda la miglior tradizione parlamentare. La scomparsa è stata sostituita da tale Renata la ceca.

Buona digestione a tutti

Chong

mercoledì 30 maggio 2007

Dodicesima missiva

Le città e i morti

Cesidia

Ciò che rende Cesidia diversa dalle altre città sono le facciate degli edifici. Queste non hanno finestre, né frontoni di pietra o infissi di legno intagliati. I muri non sono mai stati coperti da un leggero intonaco, né hanno mai conosciuto il tepore dei raggi del sole calante. Ubique strutture di resistente bambù hanno piantato i loro artigli sugli edifici, e si sono spinte con insistenza fino alle più remote profondità della città. Si narra che queste strutture servano da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, che, avendo molto tempo libero ed annoiandosi nei bui sotterranei, si dedicano a quelle che sono le attività preferite dagli abitanti di Cesidia in vita, ovvero spiare, origliare e sparlare del prossimo. Le cavità dei tubi sono sfruttate ora come degli intricati periscopi, ora come degli amplificatori di chiacchiere e sussurri, a volte come canali di posta pneumatica, in cui compatte palle di ipotesi, illazioni ed intrallazzi svelati si rincorrono all’impazzata. Ogni tanto qualcuna di queste palle, spinta dalle pressione di parole e suoni, schizza fuori dalle estremità delle strutture, ferendo gli incauti passanti che camminano nelle vicinanze, o esplodendo in sottili strisce di carta colorata, che, depositandosi casualmente sulle strutture, formano l’unica decorazione dei palazzi che gli abitanti di Cesidia gradiscono.


Le città sottili

Leodora

Se non avessi intravisto le lettere incise sul lucente pendaglio, non mi sarei reso conto di essermi imbattuto in Leodora, città che non si può visitare, che non può essere percorsa, ma può solo essere incontrata ed ammirata, prima che la giovane ragazza che la indossa scompaia portandola via con sé. La città è sgusciante, multiforme, camaleontica, assume con repentini sbalzi d’umore apparentemente casuali l’aspetto di monili ed indumenti femminili. Soffice, impalpabile, calda come uno scialle raffinato, improvvisamente si contrae, si condensa in una pietra dura, fredda e sfaccettata. Pochi attimi e la ragazza indossa una tunica sobria, semplice ed austera, che nel corso della giornata diventerà una gonna ampia e sbarazzina, nelle cui pieghe si nascondono le formule segrete che protraggono nel tempo il sortilegio. Questo fa sì che la città assecondi il clima e l’ambiente in cui viene portata, che ne assecondi ed esalti con eleganza le caratteristiche. Leodora non ha abitanti, ma essa stessa abita, nell’immaginazione di chi desidera incontrarla e nel ricordo di chi non potrà più dimenticarla.

sabato 26 maggio 2007

Undicesima missiva

Prima puntata di una supponente e vanagloriosa appendice alle “Città invisibili” di Calvino. Ipotetici resoconti di Marco Polo al Khan, di ritorno dalla instancabile Shanghai degli albori del XXI secolo.

Prologo dalle “Città invisibili”

“Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l'imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore.
Nella vita degli imperatori c'è un momento, che segue all'orgoglio per l'ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l'odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull'altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest'impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d'un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.”


Primo resoconto

Le città e il cielo

Miranda

Chi arriva a Miranda di giorno trova sul piatto terreno una grande scacchiera di ombrosi rettangoli, freschi o polverosi, appartati o lucidi, grinzosi o affannati. Questi altro non sono che la proiezione degli innumerevoli tetti di cui è composta la città, sospesi a mezz’aria secondo imperscrutabili leggi. Acuminati ed infidi, soffici e gremiti, istrionici e bitorzoluti, fumosi e laconici, i tetti formano un solido arcipelago di spessi ed indecifrabili incunaboli, chiamato dai suoi abitanti Miranda. Ogni giorno, quando il sole inizia a calare, una vociante squadra si avvia con dei lunghissimi ganci a srotolare i teli che stanno accovacciati sui tetti. Ogni telo ha una trama ed un ordito diverso, in alcuni scorrono dall’alto luminosi rigagnoli, altri assumono la sembianza di un cruciverba incompleto, molti sono colonizzati da instabili nidi di caucciù intrecciato. Solo quando i teli vengono srotolati, e con insistenti colpi di clacson preavvisano il loro arrivo a terra, l’indifferente suolo viene compartito in vie e piazze, corti e giardini segreti. La notte porta agli abitanti orientamento e direzione, riparo e certezze, fino a quando, al levar del sole, l’implacabile squadra riavvolge i teli, e si ritira insonnolita in uno degli infiniti ombrosi rettangoli di Miranda.

domenica 20 maggio 2007

lunedì 14 maggio 2007

domenica 13 maggio 2007

Nona missiva

Due istantanee dal fronte.

Prima istantanea

La lama è affilata, il coltello robusto e comodo da impugnare, la vittima giace impotente, il fendente scende implacabile. Shanghai, un pomeriggio di un umido giorno di maggio, in fondo ad un vicolo della fu concessione francese.

No, non è il resoconto di un omicidio. Mi sono iscritto ad un corso di cucina cinese, quattro lezioni, gran maestro e cerimoniere Huang Huazheng, quattro adepti, nello specifico un’australiana, una giapponese , un francese e un italiano, come nelle barzellette. La cucina, teatro del mio debutto sul proscenio dei fornelli orientali, è incastrata fra platani e graziose casupole con tetto a falda. Neanche il tempo di entrare e già mi trovo con grembiule blu, ciotola, coltello e coscia di pollo da macellare con inaudita ferocia. Huang è piuttosto giovane, avrà vent’anni, ma ne sa già una più del diavolo. L’australiana sembra sappia dire una sola parola, “lovely!” (da pronunciare con voce stridula e tono entusiasto), ed ha così definito anche l’imbarazzata coscia di pollo, che per l’occasione è arrossita. La giapponese è piuttosto abile con le lame, si spera non giunga con una katana la prossima volta.

La prima lezione prevede tre piatti della cucina shanghainese, nell’ordine Ju gu jiang (pollo in salsa di soia), Xia ren dou fu ( tofu con gamberi e piselli), Hongshaodudang (pesce non identificabile, simile al merluzzo direi, con salsa di soia, un po’ diversa dalla precedente). Per chi non lo sapesse il tofu è uno dei pilastri della cucina cinese, è fatto con legumi, e può assumere forme, colori e consistenze molto diverse fra loro. Al momento ne ho provati almeno dieci tipi differenti.

Nel complesso me la sono cavata abbastanza bene, a volte è un po’ difficile districarsi fra le diverse salse e ricordarsi l’ordine corretto in cui versarle nella wok (padella cinese) sfrigolante, e Huang minacciava implacabili punizioni corporali in caso di errore. Per dare un’idea, gli ingredienti per il pesce sono, oltre alla polpa del branchiato animale, zenzero, erba cipollina, salsa di soia scura (serve più per dare colore), salsa di soia chiara (molto salata), salsa hoisin (consistenza densa, non ho ancora capito come la facciano, forse funghi…), zucchero, vino da cottura cinese, sale, pepe nero, farina, olio di sesamo, aceto cinese.
Comunque, prima regola, friggere quando la wok emette un leggero fumo e l’olio è a temperatura consona. Seconda, l’aceto cinese e l'olio di sesamo sempre alla fine, in quanto piuttosto volatili. Terza, lo zenzero si taglia a forma di rombo, che fa più chic. Quarta, trattare il tofu (che ha la consistenza di un budino in questo caso) con grande delicatezza ed accortezza, pena lo squagliamento del suddetto e le pernacchie e frustate di Huang.

Prossima lezione, se ho ben capito, piccante cucina sichuanese. Previsti peperoncini, fuoco e fiamme.


Seconda istantanea

La seduta è comoda, fuori è buio, un po’ di sonnolenza, le immagini incalzanti scorrono con ritmo sostenuto. Shanghai, una notte di una fresca serata di maggio, dalle parti di Bejing lu.

No, non sono al cinema. Sono su un taxi, ho appena finito di cenare da Silvia e Nicola, sto tornando verso il placido campus. Qui a Shanghai alcuni taxi hanno nel poggiatesta del sedile del passeggero anteriore uno schermo delle stesse dimensioni di quelli che si trovano orami in molti aerei. Stavo pensando a tutt’altro, quand’ecco che dopo la rituale cantilena che sponsorizza un numero per la prenotazione di bar e ristoranti, lo schermo si accende e cattura la mia attenzione. Quello che va in onda dà un idea abbastanza precisa della pervasività e dell’insistenza con cui la megalopoli conduce la campagna mediatica per comunicare di sé l’immagine di una moderna world city. Negli ultimi anni solo a Barcellona ho visto una simile attenzione e cura verso la comunicazione e il branding della città.

Dunque, torniamo al video: titolo “Taxi people”, poi schermata nera, una linea bianca disegna la silhouhette dei grattacieli di Pudong, parte con ritmo e musica martellanti una carrellata di immagini di sfilate di moda, della godereccia e disinibita gioventù cinese e occidentale che frequenta i locali notturni più rinomati, diligentemente elencati, poi l’attenzione si sposta sulle vie alberate dell’ex concessione francese. Da qui ci si sposta a sud-est, proprio nell’area in cui si terrà l’expo e che ho visitato qualche settimana fa. All'orizzonte si scorgono le acciaierie ancora in attività, mentre in primo piano, in mezzo alla tabula rasa recentemente creata, alcuni bambini mostrano felici dei disegni colorati da loro realizzati con matite e pennarelli. Come nel noto film di Spielberg, lo sfondo è in bianco e nero, cupo, solo i bambini ed in particolare i disegni della città che immaginano sono colorati. Il messaggio è piuttosto chiaro: dopo l’Expo il futuro della città sarà radioso.

Poi si passa ad un negozio di moda ed accessori, due giovani intervistano coetanei, la telecamera si muove con il noto stile “mal di mare” ormai in voga da un po’ anche da noi. Ecco poi una serie di consigli su come agghindarsi per attirare l’attenzione, l’ammirazione e l’invidia dei concittadini alle feste e nelle occasioni mondane. Ad intervalli regolari partono degli stacchi con grafica astratta, molto comuni in canali televisivi come Mtv.
Pubblicità del sito enjoyshanghai. Classifica dei video musicali di successo, con veeejay d’ordinanza a presentare. A ruota segue un video che ricorda molto le riunioni carbonare che si svolgono nei salotti delle casalinghe, anche italiane, per presentare alcuni prodotti (tipo Tupperware etc.). Qui Allen e Cher, vestiti di tutto punto, mostrano le meraviglie degli ultimi prodotti cosmetici giunti da occidente. Una povera e malcapitata modella, a quanto pare loro amica, fa da cavia, e alla fine esce alquanto provata dalla sfiancante seduta estetica. L’uso di alcuni prodotti per la persona qui è ancora relativamente recente, ricordo ancora le sopracciglia inarcate e l’espressione fra il dubbioso e l’incuriosito quando qualche settimana fa chiedevo a ragazzi cinesi della mia età dove comprare un deodorante. In compenso ce ne sono altri a noi sconosciuti, come delle creme sbiancanti per il viso, di cui probabilmente Michael Jackson sarebbe un gran consumatore se vivesse qui.

Ancora uno spot dell’Expo, questa volta l’attenzione si sposta sulle attrazioni turistiche della città (i grattacieli, Xintiandi, la concessione francese, i ponti sullo Huangpu…), a cui l’area in trasformazione si andrà ad aggiungere. Nello blocco seguente una giovane presentatrice, a suo agio in una cucina dal design moderno ed essenziale, tiene una breve lezione di cucina. Ci si aspetterebbe qualche ricetta particolare, invece dopo qualche minuto il risultato è una macedonia di frutta con yogurt, da consumarsi a colazione. Questa è presentata in alternativa alla tradizionale colazione cinese, che molto spesso è un pasto quasi completo con latte e riso, cibi agrodolci e salati, verdure ed intingoli di ogni genere. Da qui il tutto riparte in loop.

I destinatari del video sono abbastanza chiari: i turisti e gli occidentali che vivono e lavorano qui e la nuova classe media cinese che sta trasformando radicalmente la città, sia dal punto di vista fisico che per quanto riguarda gli stili di vita e le abitudini quotidiane. Ogni occasione, anche un breve viaggio in taxi, è buona per inculcare il Nuovo Verbo. Lovely!

domenica 6 maggio 2007

Nuove foto Pechino

Foto di Pechino (Beijing)

http://www.flickr.com/photos/ludusc/

Ottava missiva

Un leggero vento da nord scuote le fronde, alcune foglie planano caute sulla tavola imbandita in mezzo all’ampio marciapiede. Primavera a Pechino. Sorseggio la mia Yanjing Beer, mentre Beppe Griglia (nome d’arte, ndr) sta facendo la messa in piega con il phon agli sventurati spiedini ordinati dai nostri affamati vicini. Sembra quasi di essere a Buenos Aires, da un momento all’altro mi aspetto che una sinuosa porteña esca dal negozio di tabacchi, un’indolenza latinoamericana si aggira benevola per le strade e fa da tiepida coltre al pechinese che gioviale scende in pigiama e pantofole a bere e discutere con gli amici.

Arrivando da Shanghai, si ha quasi l’impressione che Pechino sia un immenso villaggio: alberi dovunque, quasi nessuno suona il clacson mentre guida, in alcune zone non si vede all’orizzonte nemmeno un edificio alto e gli abitanti sembrano molto più rilassati e disposti a fermarsi a conversare. Intendiamoci, Pechino è la capitale dello Stato più popoloso del mondo, è semplicemente sterminata (basti solo pensare che stanno costruendo il settimo anello di tangenziale attorno alla città…), ed anche qui, in particolare nelle zone di recente espansione, le torri per uffici ed i compound spuntano come funghi. Però…un dubbio si insinua. Sarà forse dovuto alla strade molto ampie e al fluire imperturbabile di persone e di mezzi, o alla ossessiva e geometrica pianificazione di ogni elemento urbano, dal più esteso al più minuto, resta il fatto che la strana sensazione che si ha è quella di una città ultraterrena, in cui gli abitanti non si occupano di comuni e frenetiche attività, di instabili negoziazioni, di commerci e quotidiani sotterfugi, ma ripetono con imperturbabile precisione misteriosi rituali dalla cadenza millenaria.

Percorrendo i sentieri e fermandosi nelle pagode del Palazzo d’Estate pare quasi di trovarsi in uno degli eleganti ed equilibrati dipinti cinesi del periodo imperiale, perlustrato palmo a palmo da ingordi consumatori di ghiaccioli.
I compatti e monocromi hutong, antichi quartieri popolari lontani antenati dei lilong di Shanghai, si sono ritirati in cerca di salvezza attorno alle rive dei laghetti Hou Hai, ed ogni portone rosso, presidiato dall’onnipresente bandiera nazionale, lascia intravedere mondi paralleli e storie dimenticate. Hugo Pratt avrebbe trovato qui innumerevoli corti sconte da cui far partire il Maltese verso l’ennesima avventura, o semplicemente fargli sorseggiare un tè e giocare a mahjong con un saggio vecchietto.
Piazza Tiananmen, assediata da edifici pubblici sgraziati e mastodontici ed impregnata di penetranti umori storici, sembra la grinzosa pelle di un elefante percorsa da fastidiose e minuscole mosche. La pesante coda, con la regolarità di un pendolo, le spinge verso le tre porte che danno accesso da sud alla Città proibita. Percorro quella centrale, un tempo era riservata solo all’Imperatore, mi avrebbero tagliato la testa per questo. Ora i tempi sono cambiati, e l’enorme ritratto di Mao vigila paterno sugli sciami vocianti. Il giallo, colore dell’Imperatore, ed il rosso dominano incontrastati, simmetria e ripetizione sono qui leggi assolute, ripetute come un mantra che si espande dai templi buddhisti, rinfrescanti ed ombrose oasi policrome. Un’altra legge che vige è quella del senso unico pedonale, alquanto bizzarra in un Paese in cui ognuno si comporta per le strade come fossero un ampio pascolo, e non c’è verso di convincere gli inflessibili vigili (aggettivo e nome qui altamente intercambiabili, ndr) a fare uno strappo alla regola (solito italiano direte voi…).
Esausti al punto giusto per essere sacrificati, ci spostiamo poi al Tempio del Paradiso. Il complesso è monumentale, al tempio vero e proprio seguono un altro tempio circondato dal famoso Muro dell’Eco e l’altare circolare, dove gli imperatori ed i sacerdoti svolgevano i loro riti beneauguranti.
Gli edifici sono disposti secondo un rigido e tradizionale asse nord-sud, e sono collegati dalla Via Sacra elevata rispetto al terreno.

Le serate nel frattempo le abbiamo passate in compagnia di Silvia e Angela, due delle ragazze italiane che avevamo conosciuto a Shanghai e che si sono fermate a Pechino per lavorare. Protagonista assoluta delle cene è stata l’anatra laccata, celeberrima specialità culinaria pechinese, accompagnata da abbondanti porzioni di altre ottime pietanze. Le serate sono poi proseguite spesso a San Li Tun, zona rinomata per i bar e i locali notturni. In questo ambito Pechino lascia un po’ a desiderare ed il confronto con Shanghai è impietoso.

Finalmente il giorno seguente, dopo aver dato un’occhiata ai cantieri delle strutture per le prossime Olimpiadi, andiamo al Midi Festival, ovvero il principale motivo per cui siamo venuti a Pechino durante la settimana di festività nazionale (altrimenti scelta degna di persona poco sana di mente).
Il Midi Festival, che si tiene da qualche anno durante i primi giorni di maggio, è il più grande ed importante festival musicale della Cina. Ci sono cinque palchi di diverse dimensioni, i gruppi che partecipano sono cinesi ed internazionali, e spaziano dal black metal scandinavo alla musica etnica caraibica, dal punk cinese alla musica elettronica internazionale. Il livello delle performance era mediamente piuttosto buono, ed alcuni concerti sono stati molto intensi e di ottima qualità. L’aspetto migliore del festival, a prescindere dalla musica, è l’atmosfera molto rilassata e positiva che si respira, persone molto diverse (dai punksenzabbestia alle signorine in tacchi e minigonna, dai giovani cinesi agli attempati metallari europei) convivono per diversi giorni, condividendo la stessa musica e gli stessi spazi. C’è anche la possibilità di accamparsi per quattro giorni con la propria tenda, ma, unica nota negativa, il concetto di docce pubbliche stenta a farsi strada. Forse l’anno prossimo porterà consiglio…

Giunge quindi l’ora di una delle trappole più insidiose che attendono il turista in Cina: la Grande Muraglia. Durante l’escursione scopro che uno dei tre bergamaschi compagni di disavventure, Danilo, già avvistato al luculliano pranzo di Pasqua a Shanghai, conosce il mio concittadino Luigi, in quanto lavorano per la stessa ditta, e lo vede spesso ad Hong Kong. Innumerevoli sono i tranelli e le prove da superare lungo il percorso: lo spericolato pulmino con aria condizionata e guida che parla nei momenti sbagliati (venti minuti dopo il risveglio…) e tace quando invece dovrebbe dire qualcosa, le famigerate fabbriche statali per turisti, nell’ordine quella di giada, dove insegnano a distinguere la giada originale dalla plastica e dal vetro, e quella di ceramiche, dove durante il tour i lavoratori in pausa pranzo si sbafavano allegramente il rancio fra gli attrezzi del mestiere incuranti degli insonnoliti turisti. Con nostra grande fortuna abbiamo evitato la più temuta di tutte, ovvero il laboratorio di medicina tradizionale cinese, in cui un preoccupato medico di solito diagnostica strane malattie, disfunzioni e sbilanciamenti di yin e yang guarda caso curabili solo con costose erbe e pozioni lì presenti.

In un susseguirsi degno della mitica gita di Fantozzi alle Grotte di Postumia, arriviamo poi al paradiso degli allergici ai pollini, ovvero l’ingresso alla valle delle tombe Ming: un viale di oltre cinquecento metri, in cui si alternano filari di salici e colossali statue di animali e personaggi mitologici, avvolti in una tempesta di soffici batuffolini bianchi. Questo ameno viale è detto anche Via Sacra: notevole la traduzione del volantino pubblicitario, in cui era indicata come Scared Way. Forse volevano avvertirci del pericolo. Ecco quindi il pranzo tradizionale cinese: da segnalare il cameriere tuttofare, abile nel preparare caffé espressi piuttosto buoni ma soprattutto impareggiabile venditore di uno di quegli oggetti di cui si sentiva proprio la mancanza: un incrocio fra un fiammifero e uno zippo. Con la pancia alquanto piena, la guida ci abbandona ai piedi della Grande Muraglia, sezione di Mutianyu per la precisione. Fra rantoli, sbuffi e sudori superiamo il ripido dislivello e giungiamo alla tanto agognata meta: il panorama è magnifico, ogni passo ci rende presente la fatica fatta nei secoli scorsi per costruirla e mantenerla efficiente, e una coppia di cinesi pensa bene di inseguirci a rotta di collo chiamandoci a squarciagola per fare una foto con noi occidentali. Bello sentirsi delle trote da dieci chili appena pescate dal lago e fotografate per la gioia delle generazioni future.

Siamo ormai all’ultimo giorno, Silvia e Angela ci invitano a fare colazione nella loro stanza. L’appartamento, condiviso con altre due coppie di cinesi, si trova all’interno di uno dei tipici insediamenti costruiti per le danwei (unità lavorative) negli scorsi decenni. Gli edifici a sei piani sono attorniati da alberi e piccoli spazi destinati ad attività commerciali o funzioni collettive, come il parcheggio di biciclette gestito da un anziano del luogo. È la seconda volta che entro in un appartamento abitato da cinesi, la prima volta era stata in un nuovo compound a Shanghai, e devo dire che la differenza è piuttosto evidente: gli spazi comuni (bagno e cucina) nel vecchio appartamento pechinese lasciano piuttosto a desiderare, ma i servizi e l’atmosfera di cui godono i cittadini sono decisamente più accoglienti di quella del moderno compound shanghaiese.

Dalla loro camera, tappezzata di poster porno soft dal precedente inquilino rubacuori, ci spostiamo al famoso mercato delle pulci di Panjiayuan, dove ho condotto lunghe ed infruttuose trattative con una anziana venditrice di disegni e quadri. Inutile dire come fra le varie bancarelle dell’esteso mercato si trovasse di tutto e di più, inclusi bizzarri e voluminosi strumenti in pietra per autoerotismo femminile probabilmente dell’epoca Ming. A quei tempi le vibrazioni erano ancora manuali.
Lungo la strada del ritorno intravediamo il gigantesco cantiere per la nuove torri della CCTV progettate dall’OMA. Ormai è tardi, salutiamo Silvia e Angela e torniamo alla scintillante Clacsonville.

sabato 5 maggio 2007

domenica 29 aprile 2007

Settima missiva

Shanghai è una metropoli che ha sempre investito nella propria immagine, e spesso l’ha costruita o modificata secondo precisi intenti e direzioni. Molti nei secoli ne sono stati i cantori, e molteplici i mezzi di comunicazione.

I primi probabilmente sono stati i shuo shu, i cantastorie poveri e vagabondi della Cina tardo-imperiale. Laura McDaniel, nel suo paper Jumping the Dragon Gate, racconta le fortune di questa forma di intrattenimento, il pingtan, negli anni Trenta: “The astonishing leap in social status among Shanghai-era storytellers exemplified by Xue Xiaoqing and many others is inextricably linked with immigration to Shanghai, with the development of the city of Shanghai itself and with the emergence and conscious creation of a modern urban identity specifically associated with Shanghai.[…] Electricity enabled the owners of storytelling houses to light their establishments well past sunset, thus introducing the possibility for additional storytelling performances every day—as well as the whole concept of Shanghai as the “city that never sleeps” (bu ye cheng), with all of the powerful cultural resonances that that entailed.
[…] As pingtan storytelling became increasingly associated with the cosmopolitanism and refinement of Republican-era Shanghai, the language used in common stories was sanitized and standardized. Aspirations to refinement also led Shanghai’s guild-affiliated storytellers to sanitize the content of their stories. […] The people who listened to pingtan storytelling over the radio were markedly different from the lower-class rural migrants who had formed the backbone of the genre’s clientele until the late nineteenth century. These new listeners were overwhelmingly from Shanghai’s upper classes (only the wealthy could afford radios), and they tended to be educated. In addition, this new storytelling audience was ethnically diverse. Shanghai in the 1930s and 1940s was home to migrants and sojourners from all over China, and radio broadcasts served to unify them all. […] For pingtan to appeal to Shanghai’s wealthier, more cosmopolitan, upwardly mobile population, its language had to be made accessible. This accessibility was achieved initially through published transcripts of popular stories. […] Shanghai’s successful pingtan storytellers helped further define the new community of urbanites by making increasingly sharp distinctions between “urban” and “rural.” In their stories and songs, most pingtan performers gave Shanghai an image of opulence and modernity. Of course, such images were far from accurate descriptions of everyday reality in Shanghai, but they were presented to listeners as a Chinese version of the “American dream”—part of a package to aim for or even acquire simply by association if they stayed in Shanghai long enough. The tourism industry was clearly key in promoting Shanghai as the “Pearl of the Orient,” a city of luxury and excess to be coveted by outsiders, but these images quickly found their way into popular media and entertainment. Storytellers represented the Shanghai identity to their listeners as naturally envied by all those who lived outside of Shanghai but also as within the reach of newcomers to the city.”

Oltre ai cantastorie, ferventi cantori della Shanghai degli Anni Trenta furono gli scrittori del gruppo denominato New Perceptionists. Questi descrivevano nei loro romanzi la sfavillante vita notturna della città, i bar, i ristoranti, i bordelli, l’amore libero, le sale da ballo, e soprattutto i casinò ed i club in cui cantavano e si esibivano le affascinanti starlettes protagoniste delle storie e simboli di uno stile di vita e di valori occidentali. Così scriveva Mu Shiying: “The buildings that lie in slumber are standing up, raising their heads, and shedding their grey pajamas. The river flows east again, huala, huala (l’acqua scorre,l’acqua scorre, ndr). The factory’s sirens are roaring. Singing a new life, the destiny of the people at the nightclub. Shanghai has woken up! Shanghai, this heaven built in hell.”

Dopo il 1949 Shanghai venne considerata dal nuovo governo come una città peccatrice, viziosa, baluardo dei cattivi costumi capitalisti dell’Occidente. L’azione di standardizzazione, “disinfezione” e selezione della memoria e del linguaggio, precedentemente avviata con i cantastorie, assunse toni ancora più marcati e radicali. Una particolare forma di “educazione”, yiku sitian, prese piede. Wing-chung Ho ne fa una vibrante descrizione: “Literally, yiku sitian means ‘recalling past bitterness, in order to savour the sweetness of the present’. It was essentially a peculiar appropriation of ‘the bitter past of poor people’ by the state, in order to orchestrate support from the masses for its authority. In the Maoist period, the notion of yiku sitian quickly became a narrative structure widely recognized and used both in the official discourse and in everyday conversation. Yiku sitian obviously required narrators who could present themselves as revolutionary subjects, meaning that the narrators must ‘really’ possess a bitter past, so that the emotion of gratitude could be expressed persuasively in ‘speaking bitterness’. In other words, a revolutionary ‘thought-education base’ required a ‘revolutionary people’ to make it ‘complete”.

Questo proseguì fino al periodo delle riforme volute da Deng Xiaoping. Citando ancora Wing-chung Ho: “The status of the capitalist has been reinstated as the impetus of national progress. Indeed, to be an entrepreneur is to be described as admirably adventurous. Among the populace, such a sentiment is often implied in the local discourse of ‘xiahai’ (literally, ‘plunging into the sea’). Rather than the socialist ethos, which emphasizes egalitarianism, class struggle, adherence to particular political doctrines, and distinctions between ‘friends’ and ‘enemies,’ the official media now eulogize the virtues of economic progress as inscribed in the new official terminology such as ‘gaige’ (reform), ‘fazhan’ (development), and ‘gaibian’ (change). No longer holding on to iron-clad doctrines that assure people of a preset destiny, the state has effectively de-linked individual fate from the Maoist, or from any monolithic, discourse of the past. The residents are faced with the competition and the attendant ups and downs of the free market economy. This means that, after a break with the state and monolithic appropriation of the past, the residents whose past had been homogenized in the Maoist period have accumulated heterogeneous experiences in their subsequent individual, differential encounters in the reformist past. One consequence is that these differential experiences of the residents in the reformist past have exerted complex, and sometimes awkward, effects on the ways in which they think of the past. These ways in which they think of the past have led them to the present; that is, they have affected the ways in which they have appropriated the past.”

Dal 1978, la nuova politica di apertura ha portato anche grandi cambiamenti nel linguaggio e nelle tematiche trattate nei film. Una nuova generazione di registi, dopo aver vissuto sulla propria pelle la Rivoluzione Culturale alla fine degli anni Sessanta, ha rivoluzionato il cinema cinese. Tra questi uno dei più noti è Zhang Yimou: nel suo film Shanghai Triad sono acutamente analizzati il complesso rapporto tra la Shanghai contemporanea e quella cosmopolita degli anni Trenta e le modalità di appropriazione e percezione di quest’ultima da parte degli odierni abitanti della città.

Così lo interpreta Christine Boyer, nel saggio Approaching the memory of Shanghai: “Consequently, renegotiating memory may not involve recollecting modern Shanghai in its most accurate form, but in its most powerful forms that illuminate the future, that retell stories with a twist. To return to the glorious city of Shanghai, to its most cosmopolitan decade of the 1930s, may be a gesture that aims to undo the fare of remembering as an after effect of the Chinese Revolution, but it may also be a way of assuaging anxiety over China’s renewed openness to both Western capitalism and Western culture. […] But Zhang Yimou retells these dance hall stories with a difference. Instead of presenting the city as a multi-layered space, criss-crossed by various economic and cultural forces, and juxtaposing pieces of urban texts from mixed genres and media in a cinematic collage, as the New Perceptionists prescribed, Shanghai Triad projects new ways of perceiving the cinematic city that are flat, confined and simplified. It is the ideological power of a mythical modern Shanghai that Zhang Yimou projects as a twice constructed illusion; once by the New Perceptionists and again in a retrospective mode by those who are nostalgic for cosmopolitan Shanghai. By placing this goddess on display, both the city and the actress, and exhibiting her as an illusion, Zhang Yimou underlines the cruelty that emanates from this double vision. […] From the outset he offers the spectator painted backdrops and reflected images. No shot of Shanghai is intended to directly lure and entrap the gaze.[…] This yearning for pre-revolutionary modernity attaches itself to a retrospective gaze. By presenting modern Shanghai as an image or object to be looked at, it captures the spectator in a trap. Zhang Yimou wants to invert this gaze, to deflect this trap. In the opening scenes the viewer is being told that this film will be about reflected images.[…] All direct views of Shanghai are blocked from sight. These reflected images tell the spectator that something has to be renegotiated: whether it is the relationship of the present to the past, or of the East and the West.[…] Whatever it is about the past that fascinates the gaze, it cannot be approached directly.[…] Approaching the images of old Shanghai only can be done through mirrored reflections. Of course, this portrayal is all about the gaze, that knowing the past can only be understood as a kind of mirroring.[…] Thus, the trap of the gaze supports the fantasy that one can understand or regain the lost cosmopolitanism of Shanghai might have expressed in the 1930s, or re-ignite the allure that once held the New Perceptionists captive, but this desire that sets up modern Shanghai as an exotic other cannot be fulfilled directly; it cannot appear as a point of reference to anticipate what Shanghai is in the process of becoming. What was is no longer. Thus, the mirrored reflections, and the constant shift of the camera’s point of view, become metaphors for resisting the gaze that believes in projected images.”

Oggi un sentimento di nostalgia permea frequentemente prodotti e forme di comunicazione molto diffusi, come serie televisive, canzoni, riviste e quotidiani. Wu Jing ha trattato questo argomento nel suo saggio Nostalgia as content creativity: “Three key historical periods vie for nostalgic appropriation in popular cultural forms. They are the revolutionary past, imperial China (particularly the Qing Dynasty) and the short experience of colonial modernity in Shanghai during the early 20th century. They find expression in TV drama, pop music, theme restaurants, mass circulation magazines and film. Images of past glory and aspirations confront each other as they define the ‘Chinese route’ that has led to the present, and presumably will lead into the future.[…] But their appropriation illustrates the potential for creativity, not only in the business strategies of commercial culture, but also in the social imagination and design for a new China. In addition, three social forces – the political establishment, cultural entrepreneurship and grass-roots popular memory – participate in shaping the specific formulation of nostalgic content. Nostalgia is a modern trope. Nostalgia steps in to help us cope with the turbulence of time, to manage change and make sense of it, through a symbolic denigration of change and a wishful return to the stability of the past. Nostalgia seems to be a social tool to abort or deflect threats of identity discontinuity – that is, when a society is unsure of itself, it resorts to nostalgia as a form of escape.[…] China’s quest for modernity, along with its drive to modernize, has been under way for more than a century. If one word could describe the dominant cultural sentiment during the 20th century, it was ‘radicalism’. For most of the 20th century, eagerness for change preoccupied the mind of China’s cultural workers. Nostalgia was just too much of a luxury. Sporadic calls for looking back and slowing down were ridiculed and drowned out in the spirited chorus of modernization.[…] Popular sentiment began to exhibit signs of impatience and suspicion. Significant parts of the population had grown up in a very different social environment. When the promises of reform – which had secured a general consensus at the beginning – did not actualize as expected, phantoms of the past returned, or were repackaged to wrestle with the disturbing state of contemporary life.[…] Popular curiosity towards a mystified past in a time of uncertainty, combined with the commercialization of content, converges in a ‘rediscovery’ of history. With characteristic commercial manipulation, historical narratives are injected with a heavy dose of melancholy and sentimentality, quite appropriate for nostalgic invocation.[…] This renovation has, in fact, placed implicit blame on the revolution-dominated history of modern China, which ended the supposed self-contentedness and graceful status of old Shanghai. In the renewed effort to connect China to the worldly process of modernization again, old Shanghai becomes a possible mirror image for a future China. The nostalgic caressing of a once-existing modernity drives home the following questions: Was there an internal drive to modernity in China? Did semi-colonial Shanghai offer an indigenous example of modernization? Is Shanghai a viable model of urban modernity for other parts of China? What can we learn from Shanghai’s urban experiences seen through the lens of mass culture? Can we rest assured that we are already modern, given the existence of cultural Shanghai, so that we don’t have to worry about being left behind in the global modernization race?”.

Quel che è certo, è che nelle torbide acque dello Huang-Pu è difficile trovare una risposta a queste domande, e lo sguardo vaga esitante e inquieto da una sponda all’altra…

Sesta missiva

Sul palco Thurston e Lee stanno incrociando le chitarre come due moschettieri nel momento topico di un duello, Kim è persa in danze concentriche degne di un derviscio, mentre la Vulcanica, un po’ malaticcia ma sempre in prima linea, è appollaiata sulle comode poltrone di velluto rosso, e probabilmente spera che non le cadano in testa cinesi scatenati o pezzi degli stucchi dorati a causa del frastuono.
Ringraziando un goliardico manager o un semplice impiegato poco esperto in materia, i Sonic Youth stanno tenendo il loro secondo concerto in terra cinese alla Shanghai Concert Hall. Va in scena uno dei numerosi, intriganti e contraddittori spettacoli della Shanghai contemporanea: i Sonic Youth sono una delle più famose, influenti e rumorose rock band al mondo, eroi della scena indie della ruggente New York anni ’80; la Shanghai Concert Hall, costruita nel 1930, prima di diventare una elegante sala per concerti era la sede del più famoso cinema della Shanghai degli anni Trenta, di cui le raffinate decorazioni sono silenziose testimoni. Sembra quasi che, per ironia della sorte, uno dei gruppi più importanti di quella che è ancora riconosciuta come la megalopoli più famosa al mondo, New York, contribuisca, in uno dei templi storici dell’intrattenimento cittadino, a rinverdire i fasti di quella che fu la città con la vita notturna più elettrizzante del mondo, Shanghai, definita da Abbas come “a dream of Europe even more glamorous than Europe itself”.

La partita che sta giocando Shanghai a livello globale per ri-diventare una world city è giocata su vari fronti: quello finanziario e urbanistico sono i due più evidenti, ma non bisogna dimenticarsi di un terzo, altrettanto importante aspetto, ovvero la costruzione dell’immaginario e dell’immagine della città. I tre aspetti sono strettamente intrecciati ed interdipendenti; spesso quelle che sembrano scelte che dovrebbero riguardare solo la politica urbana, come ad esempio la trasformazione dei lilong in moderne gated communities, hanno invece profonde motivazioni e ripercussioni nella sfera dell’immaginario collettivo.

Abbas, nel suo articolo Play it again Shanghai. Preservation in the Global Era, ne fa una lucida analisi: “ Preservation in Shanghai, however, is motivated by something quite different from the usual pieties about “cultural heritage,’ given the city’s quasi-colonial past, could only have been ambiguous. It is motivated more by anticipations of a new Shanghai which will rival the old than by tender feelings for the old. In other words, preservation is not just a question of the past remembered, but something more complex: the past allows the present to pursue the future. So while the return of Shanghai to pre-eminence will depend in the first place on hard economic and political factors, it will also depend to some extent on memories of what the city once was, as it is the latter that will create the new Shanghai, as will and idea. As we shall have occasion to see, these memories are selective. If preservation in Shanghai has certain unique features, so too does development. Shanghai today is not just a city on the make with the new and the brash everywhere; it is also something more subtle and historically elusive: the city as remake. […]“Historical continuity”, then, is not a solution to the problems of the present, it is more a symptom of how the present appropriates the past for its own purposes. Only in a minor and ineffectual way does preservation in Shanghai ameliorate the excesses of a building boom. Its real importance lies elsewhere. Rather than being a corrective, preservation in fact contributes to Shanghai’s building boom in ways that require further analysis. In the first place, the economic importance of preservation cannot be underestimated. Invoking a continuity with a legendary past—no matter how ambiguous that past may be — enhances the city’s attractiveness, gives it historical cachet and, hence, allows it to compete for foreign investment and tourism on more favourable terms. It creates symbolic capital. At the same time, preservation may lead to the revitalization and gentrification of old, run—down areas of the city. The economic role of preservation can be even more precisely contextualized when we map it into the tensions inherent in China’s socialist market economy, which since late 1978 has created a private sector within a socialist state. This new private sector has consistently out—performed the state in the marketplace. In this context the state’s interest in preservation, via municipal policy; makes a lot of sense. It is an implicit assertion of the state’s involvement in and contribution to the future development in Shanghai, a way of mediating between the need of the state for legitimacy and the demand of the private sector for profitability. […] That last note on “culture” may perhaps be the most important, as it marks the site where China’s socialist market economy hooks up with the problematics of a global economy. If one of the negative tendencies of globalization is to blur differences, then any sign of “cultural difference” becomes a precious commodity. Preservation in the global era therefore assumes a new meaning. Globalization of the economy implies the importance of culture as itself a valuable commodity. Recreating Shanghai as a City of Culture then means, in an important sense, creating it as a series of spectacles that is marketable; and the spectacle, to recall Guy Debord’s classic formulation, “is capital accumulated to the point where it becomes image”. The spectacle of Shanghai produces a delirium of the visible that erases the difference between the old and new. The listed buildings on the Bund and the brand new skyscrapers of Pudong do not so much confront as complement each other on either side of the Huangpu river, because both “old” and “new” are simply different ways of recreating Shanghai as a City of Culture in the new global space. In such a space, cultural and historical issues can be fused, and confused, with political and economic interests. It is precisely because of this that urban preservation in the global era cannot be seen as a purely specialist concern, nor can it be seen in isola­tion from other urban and social phenomena.”

L’amministrazione cittadina si è resa conto dell’importanza del capitale simbolico di cui Shanghai gode, e si è con determinazione indirizzata verso una ostentata politica di re-making, di re-packaging. Sentimenti e metafore come nostalgia, specchio, riflesso, sono di grande attualità; lo Huang-Pu, in seguito alla incredibile e rapidissima trasformazione di Pudong, si è improvvisamente trasformato da confine orientale della città a maggiore attrazione turistica, vero e proprio asse monumentale, luogo di raffinati e complessi giochi di rimandi storici e geografici. Nel suo paper in cui compara i differenti destini di due metropoli come Mosca e Shanghai, Philippe Haeringer riassume con efficacia questi concetti: “Shanghai’s folly is unquestionable, for it stems from a clearly identifiable public project. To produce in ten years one’s futuristic double, starting from a situation ossified for more than half a century, is no small task. The fact that as this new image took form on the east bank it appeared to be reflected back onto that of the ageing west bank, erasing it with equal haste, makes it all the more exorbitant. As a result, ’pragmatic’ Shanghai was compelled to construct itself a fresh double in order to offer a real new environment to its basic population, too flesh-and-blood for this game of mirrors played with global stakes. This third Shanghai, constructed at the same time as the second, forms a sort of sensible thick solid concrete ring round the first. All this is the product of exceptional political determination that should evidently be ascribed to the persistence of a strong government, in this case Communist.”

Ciò che stupisce è proprio la determinazione e la consapevolezza degli amministratori. Nel suo Brodies report, Borges dichiara: “L’immagine della città che abbiamo nella nostra mente è sempre leggermente in ritardo”, ovvero l’immaginazione spesso fatica a stare al passo con le trasformazioni reali. Qui invece immaginazione e trasformazione si rincorrono e sorpassano a vicenda continuamente. In una megalopoli in cui ancora ci sono enormi problemi di natura urbanistica da affrontare, non manca il contemporaneo sviluppo di una politica che porti Shanghai ad essere una moderna “Città della Cultura”, non solo rispetto alla conservazione del patrimonio passato, ma soprattutto rispetto al presente e al futuro. Gli ambiziosi obiettivi (“Better City, Better Life”) per l’Expo ne sono un esempio, ma capita anche di imbattersi in dichiarazioni degne di Cedric Price e della sua battaglia per un lifelong learning. Nel 1999 il sindaco Xu Kuandi vedeva “Shanghai as a learning city which adapts to new circumstances”; a questa dichiarazione ha fatto poi seguito un programma che farebbe impallidire la più progressista delle amministrazioni occidentali:

In the future,

• Learning will become fashionable. Learners will mostly be self-directed.
• Learning will be a core function of the whole city.
• City authorities will establish an atmosphere for innovation. Innovation will be a corollary of daily life.
• Laws will guarantee the individual’s basic rights to learn. Authorities will make use of a broad range of resources for learning—much more than in other cities.
• Learning organizations will be built in all parts of the city.
• Shanghai must become an ecological and healthy city. In addition, there must be a harmonious atmosphere conducive to learning.
• Citizens should live in a civilized and cultured manner.
• There must be openness and willingness to embrace multiple and advanced cultures in the context of an international city.
• Learners should be intrinsically motivated. Shanghai needs an inner motivation study system.

Stando a quello che vedo ogni giorno, in questo caso l’immaginazione (o meglio, il programma) è piuttosto avanti rispetto alla realtà urbana, ma sarebbe magnifico se la stessa velocità che caratterizza le trasformazioni fisiche della città fosse applicata anche all’aumento e miglioramento delle possibilità offerte quotidianamente ai cittadini.

domenica 22 aprile 2007

Nuove foto Shanghai

Nuove foto di Shanghai su

http://www.flickr.com/photos/ludusc/

Nota: a causa delle condizioni atmosferiche poco felici in cui sono state scattate, in molte foto il contrasto è stato aumentato per farvi vedere qualcosa, i colori un pò da cartolina anni'80 sono dovuti a questo. alcune non le ho ritoccate, penso si noterà la differenza...

Quinta missiva

Antico proverbio cinese: ''Nel cielo c'è il paradiso, sulla terra ci sono Suzhou e Hangzhou''.

Siamo in riva al celeberrimo ed incantevole lago di Hangzhou, è domenica mattina, il sole splende alto in cielo, pagode, alberi e barchette a perdita d’occhio: la quiete prima della tempesta. Sapientemente posizionati da uno sottile stratega, probabilmente memore degli insegnamenti di Sun Tzu (il leggendario autore dell’Arte della guerra, ndr), una legione di altoparlanti mimetizzati fra gli alberi inizia simultaneamente a gracchiare, diffondendo ai quattro venti le suadenti melodie dell’immortale The Voice, aka Frank Sinatra. Attirati come api (forse orsi è più appropriato...) dal miele, sciami di turisti con rigoroso cappellino monocolore (particolarmente apprezzato un arancione fluo ritenuto forse in sintonia con le azzurre acque ed i verdi prati) e guida iperattiva dotata di pennone (chiamarla bandierina sarebbe riduttivo) e microfono d’ordinanza ci travolgono sgranocchiando un’infinita varietà di cibarie. Sarebbe ingenuo pensare che in un Paese popoloso come la Cina una località turistica così famosa possa essere allo stesso tempo tranquilla.

Tentando di sfuggire alla calca, ci rifugiamo in cima alla pagoda Lei Feng, recentemente ricostruita per volontà dell’amministrazione, da dove si ha una visione completa dell’intera vallata e della moderna e vivibile città di Hangzhou. Osservando il comportamento dei turisti, quasi tutti cinesi, sia camminando attraverso il parco che avendo una visione quasi zenitale dalla pagoda, si ha un’impressione abbastanza netta: per loro il paesaggio è un fondale, un pittoresco acquarello che risponde a millenarie leggi di composizione degli elementi. Sentieri sempre tortuosi, piante accuratamente scelte ed accostate per cromatismo e fragranza, rocce dalle morbide forme modellate, laghetti, ponticelli e percorsi a zig zag sull’acqua. In alcuni punti, ritenuti probabilmente i più simbolici, sono addirittura già predisposti dei palchi orientati in modo che le comitive possano scattare la foto ricordo godendo della miglior inquadratura e dello sfondo consono ai loro canoni estetici.
In quanto a paesaggi e ricordi, il giorno prima, da buon friulano della Bassa, avevo avuto una forte sensazione di déjà vu, quando, solcando con gli altri studenti della Tongji i canali delle Xixi Wetlands, avevo ritrovato le atmosfere della foce del fiume Stella e della laguna di Marano, con i canneti, le anatre e gli edifici molto simili ai nostrani casoni ricoperti di canne. Qui però all’istituzione Geremia, lupo di laguna che mangia vetro per la gioia dei turisti, si sostituivano degli alacri distillatori di vino di riso, bevanda liquorosa venduta poi in contenitori di terracotta o servita al banco per un assaggio.

Dopo un problematico pranzo, esausti torniamo con l’autobus verso Shanghai, l’autostrada è moderna e a tre corsie, il nostro autista sta probabilmente litigando con la fidanzata al telefono e continua imperterrito a sorpassare a destra percorrendo la corsia d’emergenza e strombazzando il clacson baldanzoso, quando arriva un’inaspettata pausa in un posto che definire autogrill sarebbe riduttivo. Usciti dall’autostrada e percorsi alcuni chilometri, entriamo in un enorme parcheggio intasato da corriere di turisti. Alcuni negozi forniscono beveraggi e cibi ai sempre affamati cinesi (non ho ancora capito come facciano ad essere così magri con tutto quello che mangiano…), ma il clou della situazione si raggiunge ai bagni: qui si ritrovano molti dei gruppi di turisti precedentemente incontrati ad Hangzhou, disposti in un lungo serpentone, cappellini arancioni ancora ben calcati in testa, e le guide scandiscono slogan indirizzati questa volta non alla loro sete di conoscenza ma a calmare le vesciche impazienti. Il noto girone dantesco degli incontinenti.

Un paio di giorni dopo, tornato in quel del campus, attraversando la caffetteria del dipartimento, mi sembra di intravedere una faccia nota, mi avvicino e riconosco Liam, un architetto inglese che studiava ad Edimburgo durante il periodo che ho trascorso là in Erasmus tre anni fa. Ci salutiamo, iniziamo a raccontarci cosa abbiamo fatto nel frattempo e scopro che è a Shanghai per il workshop dell’Archiprix, che si svolge per una settimana nel piano terra dell’edificio del Dipartimento di Architettura. Nella giornata seguente, dopo avergli fatto provare le delizie della mensa, siamo andati nel più famoso distretto per “creativi” fra quelli recentemente istituiti dall’amministrazione, l’M50.

Al di fuori, dipinto su un muro lungo la strada che porta all’ingresso dell’area, c’è un curioso murales raffigurante un uomo con bombetta, che ricorda i rubizzi tedeschi dei caustici quadri di Grosz. All’interno del distretto c’è un miscuglio di vecchie palazzine coloniali, di edifici industriali restaurati e di nuovi edifici; le opere esposte nelle gallerie non sono di particolare interesse. Il luogo decisamente più affascinante dell’area è un grande distesa incolta ai margini del Suzhou Creek (un fiume che qualche chilometro più avanti confluisce nello Huang Pu), in cui si ergono pochi edifici coloniali per lo più in abbandono. Sull’altra sponda del fiume si trova un’enorme gated community, il contrasto è molto forte, l’atmosfera straniante ricorda molto quella di alcuni vuoti urbani berlinesi, e stupisce che un'area così ampia e centrale sia sfuggita all’implacabile opera di ricostruzione della città.

Durante la serata, dopo aver dubitato per settimane della loro esistenza, siamo andati in alcuni locali un po’ meno eleganti e costosi (per lo standard locale) del solito, in cui c’erano, suscitando il mio stupore, anche molti cinesi giovani. Fino a quel giorno mi sembrava infatti ci fossero grandi differenze nel modo di intendere il tempo libero fra me e i miei coetanei cinesi, e mi ha un po’ confortato vederli ballare musica elettronica, hip hop o rock e divertirsi con gli amici come si fa in tutto il mondo.

Ho seguito un po’ gli sviluppi del lavoro dei vari gruppi durante il workshop Archiprix, e, salve poche eccezioni, un atteggiamento era prevalente: la difesa a spada tratta dei lilong, le lodi e l’apprezzamento verso l’intensa e colorata vita di strada, la condanna senza appello delle gated communities, il tentativo di proporre o inventare nuove tipologie abitative alternative. Personalmente non sono un sostenitore delle gated communities, ma spesso provo a chiedermi perché questo modello insediativo riscontri tanto successo in tutto il mondo, intuendo il fascino che le semplificazioni e i concetti radicali spesso portano con sé.
Durante il workshop mi è sembrato invece che motivazioni spesso ingenue e poco consapevoli della realtà cinese muovessero il compatto gruppo degli “anti-compound”, posizione ben descritta da Adrian Hornsby in un allegato dell’ultimo numero della rivista Urban China: “In China it’s becoming an urban cliché to have a group of agonized foreign theorists standing on the sidelines wringing their hands (about control, coordination, speed, and harshness of change, etc.) while undeterred and highly successful developments plough right past them. The trouble is that within the Chinese context, the scale and pressure of urbanization is completely mismatched to western notions of “sensitive development”. In fact, the entire western rhetoric of “preserving a sense of place”, and offering “well-thought out responses to the existing urban fabric” becomes nonsensical when presented with the reality of a new city nation”.

Sempre nello stesso interessante allegato viene illustrata parte della ricerca del gruppo Dynamic City Foundation, che fra le altre cose sta svolgendo un sondaggio anonimo online che ha come tema l’idea che si ha della propria condizione abitativa nella Cina dell’anno 2020 (il questionario si può trovare nel sito http://www.china-at-home.org/). Nel breve testo è presente una selezione di risposte date dai cittadini: spesso si nota come le idee siano piuttosto confuse, c’è un generico desiderio di città con più spazi pubblici e verde, anche se non se ne specifica bene le qualità, e si tende a volere la botte piena e la moglie ubriaca. Una risposta però mi ha particolarmente colpito per la sua schiettezza e lucidità, e penso possa essere intesa come un “manifesto” di coloro che vogliono abitare in un compound: “My dream for 2020 is to have my own apartment in a tower, with western accommodations. I would like to fit it out with all western furniture. I tend to go for decadence to state my financial position in life. As for life in the city, it will depend more on shopping public places and how to decorate your own apartment. Most of public city life will be replaced by the fear of provincial unrest gone wild in our cities. And the pollution awaiting our weakened lungs outside. So the interior of our buildings will be what remains of our city life, or how to fit out your apartment; this will be the new shopping. Oops, that’s my negativity creating a protective cocoon or just a nightmare. But my true dream is too idealistic and altruistic to be true, green spaces, lively public life, and environmental standards. But lets be honest, this capitalist/communist hybrid has yet to bring good things to the average Chinese citizen. Political unrest, an unhealthy environment, and rampant consumerism, will only plague us Chinese citizens. So all we have to dream for is a nice place to live in. Negative yes, but honest. So sell me your development with rendered comfort, traditional Chinese serenity, and large fence to keep the negativity outside.”

Sembra quasi di essere tornati ad una concezione ottocentesca della città, quando c’era una diffusa segregazione e compartimentazione, e gli appartenenti alle diverse classi quasi neanche si vedevano ed incrociavano: spesso si ha ingenuamente un’idea romantica e nostalgica della città antica, come luogo di armonia, convivenza e di contrasti attutiti. Benjamin, descrivendo la Parigi del XIX sec., descrive il fenomeno della maniacale attenzione verso l’abitazione con la consueta eleganza: “La città come paesaggio e come stanza. […] L’intérieur non è solo l’universo, ma anche la custodia del privato cittadino. Abitare significa sempre lasciare tracce, ed esse acquistano, nell’intérieur, un rilievo particolare. Si inventano fodere e copertine, astucci e custodie in quantità, dove si imprimono le tracce degli oggetti d’uso quotidiano.” L’ossessione quasi compulsiva per l’arredamento e la cura maniacale per la casa sono molto diffusi fra gli odierni abitanti delle gated communities, così come gli spazi verdi sono spesso utilizzati ed intesi più come una sorta di rilassante panorama/diorama di cui godere comodamente dal proprio divano che come dei luoghi di cui usufruire a diretto contatto con il terreno (l’atteggiamento non è poi così diverso da quello tenuto dai turisti ad Hangzhou).

Altre piacevoli serate durante la settimana: la prima con la Vulcanica ed altri amici allo Shanghai Grand Theater in Piazza del Popolo per la Carmen di Bizet, poi nelle giornate seguenti una cena con vista mozzafiato sul Bund alla Jinmao Tower con Liam ed altri architetti e giornalisti olandesi, terminata con una lunga chiacchierata nel magnifico parco in cui si trova il bar Face, e la festa di compleanno di una collega di lavoro di Nicola tenutasi in un bar con anziana vicina di casa particolarmente irrequieta.

Sabato ho poi avuto l’occasione di recarmi nel sito in cui si stanno preparando le strutture per l’Expo del 2010 con cinque studenti del prof.Lou. Dopo un lungo viaggio in autobus dalla Tongji fino alla parte meridionale di Pudong, abbiamo attraversato alcuni dei quartieri residenziali ai margini dell’area in trasformazione, incontrando numerose persone che portavano a spasso il cane indossando pigiama e pantofole (qui a quanto pare è uno status symbol la passeggiata mattutina con il fedele compagno canino). Grazie ad appositi permessi, siamo poi riusciti ad entrare direttamente nell’area, dove ancora si trovano importanti ed immensi stabilimenti produttivi che nei prossimi anni saranno destinati ad essere smantellati: acciaerie, cantieri navali, depositi.

La nostra presenza ha attirato l’attenzione di Li, simpatico e loquace guardiano di uno degli accessi, che si è prontamente offerto di accompagnarci nella nostra esplorazione. Dopo essere usciti piuttosto impolverati e con i polmoni sofferenti dall’area dell’acciaieria e dopo un lauto pranzo nelle vicinanze, abbiamo percorso alcuni chilometri verso sud, per andare ad intervistare un amico di uno degli studenti e la sua famiglia. Xiang, suo papà Caimin e sua mamma Xiaocao, come molte altre famiglie, abitavano nell’area dove si terrà l’Expo. La loro abitazione è stata demolita, e gliene è stata fornita una nuova ed un po’ più ampia in una gated community appositamente realizzata nella periferia della città. Durante la conversazione i membri della famiglia si sono dichiarati nel complesso abbastanza soddisfatti, confermando molto spesso fenomeni e percezioni studiati e commentati nel dettaglio in molte ricerche sociologiche riguardanti gli abitanti dei compound (l’allentamento dei rapporti di vicinato, la difficoltà nell’usufruire di servizi pubblici e commerciali spesso lontani e carenti, la soddisfazione per un ambiente più pulito e con più verde, anche se spesso poco utilizzato, etc.). Durante la camminata all’interno del compound ho avuto la conferma di come spesso gli abitanti reagiscano con flessibilità e grande senso pratico a scelte progettuali o amministrative “poco felici”: è poco sensato fare lottizzazioni molto ampie completamente recintate e con un unico ingresso, ed infatti le sbarre vengono divelte in alcuni punti dai residenti per garantire più accessi ai pedoni; spazi verdi e percorsi monotoni e spesso troppo “disegnati” ed omogenei non sono utilizzati dagli abitanti, e in molti punti si possano notare sentieri formatisi con il continuo passaggio al di fuori delle aree predisposte; le sbarre, i muri e le recinzioni garantiscono una sicurezza più emotiva che effettiva, e quasi tutti dicono che sono inutili nel prevenire furti ed eventuali altri crimini.

Salutati Xiang e la sua famiglia, siamo poi tornati verso nord, e dopo aver attraversato il Nanpu Bridge, che dà quasi l’impressione di essere in un immenso ottovolante, siamo giunti ai piedi del Lupu Bridge, che taglia praticamente a metà l’area dell’Expo. Qui abbiamo preso un ascensore, e dopo aver salito 367 scalini (la guida ha snocciolato durante il percorso una serie infinita di numeri e record stabiliti dal ponte, come ad esempio i 5974 bulloni che garantiscono l’unione delle due parti dell’arco in acciaio, che è il più lungo al mondo) siamo giunti in cima alla colossale struttura. Complice la giornata particolarmente calda e umida, e la conseguente foschia mista ad incredibili dosi di particelle inquinanti, la vista dal ponte poteva essere una versione del XXI secolo del celeberrimo dipinto “Il viaggiatore sopra un mare di nebbia” di Caspar David Friedrich. Solo da qui si può realizzare chiaramente quanti sia estesa l’area dell’Expo: complice la foschia, a fatica si riesce a vedere il Nanpu Bridge, che segna il limite orientale dell’area, ma è comunque sconvolgente la superficie che in soli tre mesi è stata completamente rasa al suolo sulla sponda meridionale dello Huang Pu, a est ed a ovest del Lupu Bridge. Solo pochi edifici sono e saranno conservati, un infinito numero di camion e gru si intravede da lontano muoversi con la frenesia e la sincronia di un’organizzata pattuglia di formiche. E fa ancora più impressione pensare che il cantiere navale sulla sponda settentrionale, ora brulicante di operai, nel giro di pochi anni sarà completamente dismesso e trasformato in un innocuo parco.

Giunge l’ora di scendere:

Lo duca e io per quel cammino ascoso
volgemmo a ritornar nel rumoroso mondo;
e sanza cura aver d'alcun riposo,
scendemmo giù, el primo e io secondo,
tanto ch'i' fotografai de le cose belle
che porta la luce, per un obiettivo tondo.
E quindi uscimmo a respirar le particelle.

giovedì 19 aprile 2007

martedì 17 aprile 2007

Quarta missiva

“Compand…modern...two bedrooms…compand…japanese style…compand…new...compand…compand…COMPAND!!!!”.

“Compand: chi era costui?”

Sono ormai le sette e mezza, Silvia ed io siamo esausti, da tutto il pomeriggio rincorriamo senza sosta i Ginger & Fred degli agenti immobiliari di Shanghai, aka Jessica & Michael. Silvia e Nicola stanno cercando un appartamento, Jessica & Michael hanno il compito di mostrarci quanti più appartamenti possibili per trovarne uno adatto. A tal fine ritengono opportuno farci spostare attraverso la città come palline di un flipper per un intero pomeriggio, a piedi o in taxi (uno degli autisti probabilmente è un pilota di rally urbano con manie omicide, ndr), all’inseguimento dei loro fiammeggianti scooter. Ci spostiamo così di compound in compound (un compound, detto compand dagli autoctoni, è un insieme di edifici residenziali circondato da un alto muro o inferriata e sorvegliato da vigilanza privata. Un altro termine comunemente usato è gated community, ndr), dalle vicinanze di Xintiandi alla Concessione Francese, e da qui di nuovo a nord dalle parti di Piazza del Popolo.

Le gated communities sono un fenomeno ormai consolidato in tutto il mondo, e del caso cinese ne hanno parlato sia giornalisti italiani (Federico Rampini nell’articolo Collasso Urbano: “Nel ceto medio urbano montano l’intolleranza, la diffidenza, o la paura, verso le orde degli immigranti rozzi che vengono da regioni lontane, parlano a stento la lingua nazionale (il manda­rino), sono associati con la diffusione di malattie, droga, prosti­tuzione. A loro volta, gli immigrati si sentono trattati come citta­dini di serie B, sfruttati e ricattati dai datori di lavoro che li impiegano nei canteri edili, nei lavori stradali, come spazzini o come camerieri, manovali e donne delle pulizie.[…] In questo clima di diffidenza fra le due Cine che convivono nelle stesse megalopoli, i grattacieli residenziali edificati a Pe­chino e Shanghai per ospitare condomini benestanti sono cir­condati da alte griglie di sicurezza, hanno cancelli sorvegliati giorno e notte dai vigilantes armati. Le autorità cinesi e la midd­le class agiata hanno lo stesso incubo: vedono i sintomi inci­pienti della nascita di favelas di immigranti poveri alle periferie delle grandi città, focolai di malattie, delinquenza, instabilità sociale.”) che studiosi di origine cinese, come Pu Miao nel suo paper Deserted Streets in a Jammed Town: The Gated Community in Chinese Cities and Its Solution (“While the densely placed mid- or high-rise apartment buildings along the street do not look very different, they all rise out of walls more than 2 metres high, and are further rimmed by immaculate hedges and tile-paved sidewalks. But you see few souls on most of these sidewalks! The entire urban space looks like a giant stage set without actors. The walls keep going on and on, sometimes as long as 500 metres, and are only occasionally punctured by a gaudy gate decorated with copies of Greek statues and private guards dressed like police officers. […] Between 1991 and 2000, 83% of the residential communities in Shanghai were gated in a variety of ways. […] The Chinese refer to their gated communities as ‘sealed residential quarters’. Akin to the ‘Neighbourhood’ concept originating in the 1920s’ US, the ‘residential quarter’, or xiaoqu, finds its direct lineage in the microrayon of Soviet Russian planning theory introduced into China in the 1950s. Sanctioned by national planning codes, the concept has since become the basic unit in planning and developing residential construction. All new master­-planned communities are designed as residential quarters. Similar to its US counterpart, a ‘sealed residential quarter’ is a walled compound with one or more guarded gates, sometimes supplemented by high-tech surveillance equipment such as closed-circuit cameras and infrared alarm systems at the borders. The new master-planned residential quarter has some semi-public amenities within the gate. Depending on the price range of the units, the amenities range from a mere concentrated green space as the mini­mum, to a variety of extras such as playgrounds, a clubhouse, and even stores and a swimming pool. Some kind of residents’ organization runs the community with its private security team.[…] However, a Chinese gated community tends to be much larger in population and land area, and more standardized in its layout than an American one. Based on the national model of the residential quarter, a Chinese walled development usually covers 12—20-plus hectares of land and holds 2000—3000 families (assuming 3.2—3.5 persons each family). The huge size is believed to create econom­ies of scale, but it also generates the monopoly of a single development model. […] One of the two differences between the US and the Chinese gated communities which is consequential to the later discussion involves the much higher density in the residential quarter; Chinese cities generally have densities about 5—10 times greater than those of US ones. […] Gating in the US serves different purposes in communities with different social and economic characteristics: to prevent outsiders from using privatized public amenities, to ensure prestige, or to increase protection. The primary reason for gating in China currently, however, is always security, with others existing merely as additional rewards.[…] The final feature unique to China explains the rapid spreading of gating. During the current transition from a planned economic system to a market-ori­ented one, the government sees maintaining social stability as its topmost political concern, and gating as a quick solution to crime control which directly contributes to stability. Therefore, governments of all levels have included gating residential areas as part of their programmes. Local governments specify in their working schedules the number of communities to be gated within certain periods of time. Gating is an important criterion in deciding if a community will be awarded the official title of ‘Civilized and Safe Residential Quarter’. All this is hard to imagine in the US, where gated communities are always initialized by the private sector, either the developers or the homeowners.).

Durante i nostri febbrili spostamenti si è sempre più acuita un’impressione che ho avuto fin dai primi giorni a Shanghai: la sottile osservazione di Benjamin (“La città è uniforme soltanto in apparenza. Perfino il suo nome assume suoni differenti nei diversi quartieri. In nessun luogo – se non nei sogni - il fenomeno del confine può essere esperito in forma così originaria come nelle città. Conoscerle significa avere un sapere di quelle linee che, con funzione di confini, corrono parallele ai cavalcavia, attraversano caseggiati e parchi, lambiscono le rive dei fiumi, significa conoscere questi confini nonché le enclavi dei territori.”) è qui ormai superata nella realtà quotidiana, portata alle estreme conseguenze, le immateriali linee di confine si sono brutalmente concretizzate. L’irrevocabile e apparentemente inarrestabile sostituzione dell’antico tessuto edilizio sta portando via con sé non solo edifici storici, forme di insediamento, stili di vita ma anche la possibilità di esperire il fenomeno della soglia (ancora Benjamin: “La soglia deve essere distinta molto nettamente dal confine. La Schwelle (soglia) è una zona. La parola schwellen (gonfiarsi) racchiude i significati di mutamento, passaggio, straripamento, significati che l’etimologia non deve lasciarsi sfuggire.”). Camminando lungo le congestionate strade fra i diroccati edifici dell’antica città cinese è proprio questo che si percepisce: essere in una zona, uno spazio dove attività quotidiane, gesti, odori e rumori straripano e si mescolano, fluendo irruenti contro il passante.

Il nostro continuo andirivieni alla ricerca dell’agognato appartamento, fra scale, ascensori, marciapiedi, giardini, i vagabondaggi e le foto fra stanze arredate nelle più disparate maniere, spesso costretti a calzare minacciose pattine gentilmente fornite dagli attuali padroni di casa, hanno un effetto straniante: Jessica a volte con la sua melliflua ed incalzante gentilezza sembra quasi trasfigurarsi in uno degli inquietanti nani tanto cari a David Lynch. Inizio ad intuire a cosa alludeva Mian Mian quando diceva che era in atto una mutazione genetica negli abitanti della sua città, colgo la lampante differenza negli stili di vita fra gli abitanti dei quartieri diroccati e la nuova classe media ansiosa di seguire i sincopati ritmi di vita occidentali (e qui ancora una volta Benjamin era stato profeta:“…nel desiderio di viaggiare, che divide la vita dell’anno in molti periodi brevi, accentuando le partenze e gli arrivi. Il tempo della vita moderna significa non soltanto il desiderio di un rapido cambiamento dei contenuti della vita ma anche la potenza del fascino formale del confine, dell’inizio e della fine.”). Già trent’anni fa il geniale Cedric Price aveva intuito tutto: “The generators of tourism are the desire for pleasure, curiosity, uniqueness and difficulty of achievement. Thus this unpaid labour force of millions accepting few limits either on nationality, race or creed is likely to pay money and attention to areas, objects and methods for the passing of time that are viewed in a very different light by those in paid employ. However, not only are both groups frequently the same people with only a time difference but the difference between validity of the place or process for these two groups is found in an increasingly small time span. Tourism is becoming a regular event for most in the developed and developing countries of the world - whether confined to the native country or not. In the same way activital patterning recognised as “work” can simultaneously be seen as “leisure” when observed., rather than indulged in, elsewhere. Thus tourism is no longer the rich looking in wonder at the poor, or the past, more a continuing appetite for the determining where, what and why is the difference in contemporary life patterning. This vast and stable industry, highly profitable to its host nation, requires more than well-maintained relics of the past: it requires, in fact, physical means to achieve pleasurable recognition and understanding of the present and the future.”

Ci sono infiniti spunti di riflessione in queste frasi (il nesso tra turismo, consapevolezza del passato, presente, piani,immagine della città e visioni future è tema di cruciale importanza a Shanghai, e sarà oggetto di una delle prossime puntate…), ma uno in particolare mi sembra qui importante: il continuo “appetito” (Price era un bon viveur, e le metafore culinarie compaiono spesso nei suoi scritti) del turista (che ormai è sinonimo di cittadino, ndr) nel determinare dove, cosa e perché sta la differenza nel pattern della vita contemporanea.
Questo appetito assume spesso la forma inconscia e banalizzata di una grande battuta di caccia: come in un safari, in molti siamo ormai alla ricerca dell’ultima novità da mostrare come trofeo agli amici, dell’ultimo ristorante o locale di grido, del posto esclusivo e conosciuto ad una cerchia ristretta ed elitaria, presto abbandonato con stizza quando ormai in troppi lo frequentano (“The generators of tourism are the desire for pleasure, curiosity, uniqueness and difficulty of achievement”). Gli abitanti dei compound sono molto spesso turisti nella loro infinita metropoli, partono ed arrivano continuamente nell’arco della stessa giornata, superano distrattamente una moltitudine di confini. Jessica stessa, elencando orgogliosa i servizi di cui godono i condomini di un compound , potrebbe benissimo essere l’impiegata di un agenzia di viaggi che ci elenca cosa troveremo nel villaggio vacanze che abbiamo scelto: ampio giardino, piscina olimpionica coperta, fitness center, campi da tennis, e udite udite, un karaoke gratuito!!!

Il grado, la rapidità e l’intensità di questa mutazione sembrano quasi irreali ed impossibili in tempi così brevi, e sorge il sospetto che non tutte le influenze provengano da occidente. Il sospetto viene confermato dall’accurata ricerca compiuta da Pu Miao: “According to newspapers and other official reports, governments encourage gating because it reduces crime without further burdening the police force. A majority of residents like the gate, for it not only increases the sense of security but also eliminates pedlars, noise of through traffic, unwanted salesper­sons and flyers slipped under doors. […] On the other hand, grass-roots reports revealed that residents of Chinese gated communities privately complained that the walls only provided the image of a safe environment. They offered no guarantee to real safety itself.[…] Therefore, although today’s China has maintained a lower crime rate when compared internationality in absolute numbers, Chinese residents increasingly feel insecure as they compare their life with that of yesterday. In the current trying time, it is no wonder gating has been welcomed as an easy solution. But gating also has a deeper root in Chinese culture and urban history, which explains why both residents and the government accept it more quickly than they do other Western ideas. Historically, the Chinese city existed mainly as the outpost of the empire to serve the latter’s taxation and military needs. As Max Weber pointed out, “In contrast to the Occident, the cities in China and throughout the Orient lacked political autonomy”. Since the Chinese city was not fundamentally a community or association of its average residents, “the prosperity of the Chinese city did not primarily depend upon the citizens’ enterprising spirit in economic and political ventures but rather upon the imperial administration”. Such a peculiar nature produced two profound results in China’s urban culture. First, the average Chinese urbanite generally lacked participation and even interest in the public affairs of their city. Second, since there was no incentive and funding for the city government to concern itself too much with municipal functions, road building, fire fighting and other items had to rely on the fund-raising and co-ordination of a small number of local gentry, and such efforts were never institutionalized. In general, the Chinese city was ‘thrifty’ with its civic services. Urban residents had to take care of themselves for a variety of matters, including their own safety.These cultural traits manifested themselves in physical forms as the inward-­oriented private spaces (the courtyard houses), the weak interaction between the private and the public (the solid walls flanking a street), and the lack of public spaces (such as parks and plazas in a Western city) other than the street. Governmental buildings like the yamen and barracks often took the form of large walled compounds located in the middle of a city, bluntly interrupting local circulation. This tradition appears to have worked well with a variety of political ideologies in Chinese modem history, having been continued from the Imperial period, through the Republican era (1912—1949), to the Maoist period of the Communist rule (1949—1976). Before the 1978 reform, the Communist government treated the city in a way not fundamentally different from its predecessors. Based on national strategic plans, the government built factories, universities and other institutions in the city as large, self-sufficient and walled compounds, disregarding their interac­tions with local urban contexts. […] If gating is criticized by the liberal tradition within Western societies, no such balancing force exists in China. Without the Westem tradition of urban associ­ation and sufficient policing, average residents’ sense of self-protection easily outweighs the value of social interaction. Compartmentalized urban space has quickly reappeared in the form of the gated community. Its current popularity in the US only adds a halo of ‘modernization’ around this selective learning from the West. Even the migrant population have formed their own gated communi­ties.”

Nei casi più significativi e compiuti, tralasciando giudizi di ordine estetico e di facile e scontata irrisione del kitsch, le gated communities di Shanghai hanno una grande affinità con le Höfe della Vienna Rossa degli Anni Venti: enorme impatto fisico e simbolico, monumentalità, presenza omogenea in tutte le aree della città, mito dell’autosufficienza, lucido e deliberato supporto del tipo di sviluppo residenziale da parte dell’amministrazione pubblica, orgogliosa ed a volte sfrontata dichiarazione di sfida da parte di una parte della società civile (la classe operaia a Vienna, il ceto medio rampante a Shanghai), conscia della propria forza e decisa ad imporre il proprio modello di vita in una società disorientata, in trasformazione ed in crisi di identità. Ancor oggi, dopo essere stato addirittura bombardato dall’esercito austriaco nel 1933, il Karl Marx Hof a Vienna racconta molto chiaramente quale fosse la posta in gioco nell’Europa del primo dopoguerra.

Poi, seduti in una caffetteria a Shanghai, capita di sfogliare le pagine di riviste e pubblicazioni dedicate all’imminente Expo del 2010, che ha come obiettivo dichiarato e ambizioso quello di indicare “la Via” per lo sviluppo delle città nel XXI secolo, e ci si imbatte in frasi, slogan e dichiarazioni del tipo: "This is the synthesis of 25 years of general reflection [...] The aim is to move towards an Harmonious Society: to the outside, it's an Harmony with the World, to the inside, it's an Harmony within society. From "faster and better" we are moving to "better and faster", and the approach to it is sustainable development.", “The Expo proposes an idea of "Harmony City", which comes from the essence of the Chinese culture - Harmony. Harmony is the base for peace and an harmonious world is the development of world peace", "Sustainable development is compatible with the rules of historical development, so we definitely support it", o ancora “Future of the city: Humanity - Harmony among human beings; Ecology - Harmony between Men and Nature; City Renaissance - Harmony between history and future.”
“Green”, “Recyclable” e “Sustainable” sembra siano le formule magiche con le quali risolvere tutti i problemi. Al momento ho i miei dubbi…

domenica 15 aprile 2007

Pali e bacchette

In risposta a non meglio identificato/a di rio marin (presumo Faranda),
che faceva acutamente notare come il palo si ripresenti spesso nello stesso punto nelle foto del viaggio in treno, vorrei dire che per intrattenere lo stimato pubblico cinese, e dargli un valido motivo in più per dubitare della mia stabilità mentale, ho ritenuto opportuno scattare le foto ad intervalli precisi (nei limiti dell'umano, non dispongo purtroppo dell'encomiabile orologio dell'istituto galileo ferraris di torino). Si veniva così a creare una piacevole alternanza fra i clic della mia macchina fotografica e i ritmati rumori che provenivano dalle bocche spesso aperte dei mangiatori di noodles istantanei.
Inoltre, vorrei comunicare che non riesco ad accedere al vostro blog di rio marin da queste lande.

L.

Foto Hangzhou

Nuove foto di Hangzhou (città a due ore da Shanghai, terza meta turistica cinese) su

http://www.flickr.com/photos/ludusc/

Terza missiva

“Non viviamo in una società morale, e sicuro come la morte non viviamo in un’epoca morale. Come dice il proverbio, “solo quando hai abiti e cibo puoi pensare alla povertà”. Siamo alla fase dell’accumulo di capitale. Siamo sottoposti a un battesimo di sangue e fuoco. È troppo presto per fare i moralisti. E in ogni caso, mi sono rotto di essere povero.”
Venerdì notte, sono con Maurizio sulla terrazza del Bar Rouge, da cui si gode di una stordente vista del fiume e della scintillante Pudong , quando un elegante signore cinese di mezza età che si aggira a dir poco sbronzo brandendo una bottiglia di costoso whisky mi fa tornare in mente alcuni passaggi di una delle interviste presenti nel libro China Candid, in cui uno dei maggiori pirati informatici cinesi esprime senza tanti giri di parole qual’è la filosofia di vita di una parte sempre crescente della popolazione. Seguito da uno stuolo di amabili signore ed impettiti amici, l’alticcio si lancia con entusiasmo verso Maurizio, avendolo scambiato per il suo compagno di festeggiamenti della serata, un istrionico australiano che si scoprirà originario della Tasmania. Gli amici cinesi, imbarazzatissimi per l’accaduto, subito ci offrono un paio di sorsate del liquido torbato, tenendo a precisare che è il compleanno del loro amico. Piuttosto divertito dall’imprevista scenetta, me ne torno verso la balaustra, magneticamente attratto dalla clamorosa vista, e come una lenta colata si riaffacciano brani letti prima della partenza, dalla scandalosa Mian Mian (“Quel che ricordo dei primi anni Novanta è che sempre, svegliandomi la mattina, pensavo: se chiudo gli occhi e li riapro non so più dove sono. È in corso una metamorfosi che sta provocando una mutazione profonda nei geni de­gli abitanti della mia città”.) ad un passo del capitolo dell’ultimo libro di Renata Pisu (“Scrive Acheng (famoso scrittore cinese, ndr) che quando ha visitato Shanghai la pri­ma volta (era l’inizio degli anni Ottanta) ha avuto l’im­pressione di trovarsi di fronte allo scheletro di un gigan­tesco dinosauro. Però, annota: «Stanno spuntando conti­nuamente nuovi edifici, che danno la bizzarra impressio­ne di nuovi speroni cresciuti su uno scheletro fossilizza­to». E conclude: «Quando si infoltiranno, costituiranno probabilmente il futuro aspetto della città».”[…] Però, anche se romanzata, Shanghai rimane fedele al suo mito di origine perché è nata e vive sotto il segno del­la trasformazione. Una volta la si descriveva come «bella e corrotta come una vera femme fatale eurasiatica, com­pendio di tutti i vizi occidentali e orientali».). La profezia di Acheng si è decisamente avverata.
Decidiamo di rientrare nel sofisticato locale dove il colore rosso regna sovrano, appartati divani si susseguono, il grande banco al centro è un palcoscenico in cui si intrecciano due spettacoli: l’affollata lotta per assicurarsi i servigi dei competenti barman ed i giochi di seduzione delle più belle donne orientali che io abbia visto da quando sono a Shanghai, una parte delle quali esercita con riserbo più o meno velato la professione più antica del mondo.
Ironia della sorte vuole che in mezzo ad un gruppo di italiani ci sia anche Renata Pisu, arzilla sessantenne che per quanto ne so solitamente vive a Pechino. La nottata poi è proseguita fra improvvisi “svenimenti” causati dall’insostenibile avvenenza delle già citate donzelle e la piacevole compagnia di alcune ragazze italiane conosciute la sera prima al Laris. Musica di ottima qualità.

La giornata seguente mi ha visto impegnato come esperta (“…e saccente”, come immagino penseranno fra di loro metà dei miei presunti e stimatissimi lettori e lettrici che mi conoscono da un po’…) guida nel centro della città, onore ed onere guadagnato dopo due settimane di scarpinate shanghaiesi. Beneficiari il nostro Maurizio e l’accresciuta rappresentanza delle italiche grazie, Manuela nel prezioso ruolo di vice. Durante l’ennesima scarpinata ecco che l’arzilla Pisu si ripresenta in forma letteraria (“Penso che anche accostarsi a Shanghai richieda grande abilità. I bastoncini, cioè i suoi molteplici aspetti, sono tutti sul tavolo, si sovrappongono, si intersecano, all’ap­parenza inestricabilmente. Ne muovo uno, è quello della Shanghai delle Guardie Rosse, ne sfioro un altro, è la Shanghai di Marlene Die­trich che nel film Shanghai Express dice che ci va perché soltanto lì si può comprare un cappellino decente. Tento di sollevare il bastoncino della Shanghai delle rivolte operaie degli anni Venti (mi ricordo all’improvviso il ro­manzo di André Malraux, La condizione umana) ed ecco che vibra subito quello che gli sta accanto della Shanghai di James Ballard invasa dai giapponesi, come l’ha de­scritta nel romanzo L’Impero del Sole).

Ballard…Nei giorni seguenti spesso mi è sembrato di essere il bambino protagonista de L’Impero del Sole, per il quale “…le uscite serali in macchina per il centro di Shanghai – la città elettrica e sinistra più eccitante di qualunque altra al mondo – erano sempre attese da lui con felice anticipazione”. Ogni giornata ha riservato piacevoli e spesso inaspettate scoperte: una cena in un ottimo ristorante cantonese all’86° piano della torre Jinmao (lascio immaginare la vista…), una visita agli atelier ed i negozi di Tai Kang Lu ed un lungo massaggio ai piedi in ambiente molto rilassante (gli ometti capiranno gli effetti benefici del massaggio considerando che precedentemente il malcapitato narratore aveva partecipato ad un luculliano pranzo di Pasqua fra italiani ed aveva poi accompagnato a fare shopping delle agguerritissime signorine, fra cui la Vulcanica), una interessante passeggiata nell’ex concessione francese prima di incontrare nel suo studio Philip, giovane architetto “discepolo” di Wallace di Hong Kong, aperitivi al bar dell’Hotel Marriott, dal quale si domina Piazza del Popolo, e al Face, elegante bar che si trova in una graziosa palazzina di epoca coloniale situata al centro di un magnifico parco, speziate ed abbondanti cene in ristoranti sichuanesi (regione della Cina) e brasiliani, dove l’utilizzo di forchetta e coltello, dopo lunghi giorni di battaglie con bacchette e cucchiai, ha decuplicato l’appetito.

Questa è la Shanghai affascinante e a volte un po’ stereotipata che è l’indiscussa protagonista dei racconti di Mian Mian (“Shanghai, Shanghai, amo Shanghai perché è femminile. Qui c’è un misto di piacere, rilassatezza, edonismo, nichilismo, sentimentalismo. Come dice il padrone dello Yin e dello Yang: “Il senso di Shanghai sta nell’espressione “Non ha importanza””. L’acqua che scorre ha mille volti.[…] Shanghai è donna. Somiglia a un palcoscenico dove però nessun attore ha una parte da recitare. Nelle feste del fine settimana spesso capita di incontrare la stessa gente, è la cosa più noiosa, ma anche la più interessante.”) e di Zhou Weihui (“Questo stato d’animo in gran parte si spiega con il fatto che vivo a Shanghai, avvolta sempre da uno smog asfissiante e immersa in pettegolezzi perpetui e opprimenti. Ho ereditato anche il senso di superiorità di essere shanghaiese, un’attitudine nata all’epoca coloniale quando Shanghai era divisa in varie concessioni sotto la giurisdizione delle potenze occidentali, che mi stimola, mi eccita, penetra nel mio cuore sensibile e presuntuoso, e suscita in me, che sono una giovane donna, amore e odio.[…] Le luci erano accese, le insegne al neon brillavano come fossero d’oro. Camminavo sulle strade ruvide e larghe immettendomi nell’intenso traffico, milioni di persone e autovetture. Pareva che la Via Lattea fosse esplosa e i rottami fossero caduti sulla terra: era il momento più eccitante della città. […] Navi, onde, prati nerastri, luci al neon abbaglianti, costruzioni stravaganti…tutto ciò costituiva la ricchezza appariscente della città, basata sul mondo materiale. Era come un afrodisiaco di cui Shanghai si vantava, ma che non aveva nulla a che fare con noi, anche se vivevamo qui. Un incidente stradale o una malattia ci possono togliere la vita, ma l’anima della città, prospera e irresistibile, si muove senza soluzione di continuità, senza mai fermarsi.[…] Il mio istinto mi suggerì di dedicare qualche pagina alla descrizione della città di Shanghai alla fine del secolo ventesimo: una metropoli epicurea, che produceva schiume euforiche, esseri umani di nuova generazione, e che era intrisa, per le strade e nelle viuzze, di un’atmosfera frivola, triste e misteriosa. Era la città emblema dell’Asia orientale, unica nel suo genere. Qui aveva regnato negli anni Trenta una cultura mista, formata da elementi orientali e occidentali, assimilati e modificati; adesso era invasa dalla seconda ondata di occidentalizzazione.[…] Alcune persone soprannominano Shanghai “la Città delle Donne”, forse per distinguerla da alcune città della Cina del Nord, con connotati indiscutibilmente virili.”), le due giovani scrittrici cinesi più famose.

Nel frattempo le ragazze italiane e Maurizio sono partiti, ed è arrivata Silvia, studentessa di architettura a Venezia e mia concittadina, che è venuta per ritrovare il suo compagno Nicola, ormai considerato quasi un veterano qui a Shanghai, e per svolgere la sua tesi di laurea.